
...Just me (2)

...Just me (2)
Terza viuzza
Chi continua a scrivere poesie dopo i diciotto
O è un poeta o è un cretino. (Ma, io) radiografo
I sismi interiori (e registro i sussulti tumorali
Esteriori, per ora) in destrutturate complessioni:
Palus putredinis .
Rullate sui tasti, battiti del cuore, secrezioni ormonali.
Una cosa così, necessaria e scontata.
Sorvolate sui testi, son volate-si sono appartate
Le idee di due minuti fa.
Non sono poesie / testi solo tecnicamente parlando/
Parole quasi sicuramente. A volte sensate, persino.
Non sono un poeta. Neanche un cretino.
[Note: l’accozzaglia di versi in questione è volontariamente odiosa, snob e presuntuosa. Le citazioni da Benedetto Croce e da Sanguineti, l’inversione logica “radiografare sismi / registrare sussulti tumorali” eccetera sono messi lì a bella posta per risultare detestabili. Dunque chi mi dice “qui appari odioso” potrebbe con la stessa logica dire ad un suicida “attento che con quella pistola potresti farti molto male”].
Breaking Glass
Fanculo a Platone, a Hegel, a Leopardi, a Manzoni.
A Bergman e a Fellini, fanculo.
Vorrei rompere le teche del Louvre. E La Notte Stellata usarla per schiacciarci una mosca, una sola, per poi riporla. Insieme alla mosca morta.
Ballare una sfrenata taranta sulla Nona di Beethoven. E dovrebbero esserci promiscue penetrazioni sulle note della Saga della Primavera.
E i particolari. Mangiare alle cinque in un vaso da notte, scrivere con un pennello con peli di gatto suonare un flauto dolce elettrificato col naso.
Dovrebbe esserci un modo di dire che significa “ti ho recepito, per quel po’ che puoi, per quel po’ che posso”. Un “ti conosco” gronda presunzione e ambizione oltre ogni dire.
Come se uno potesse essere quel che dice, o quel scrive, o quel che è.
Come se fosse possibile, conoscere qualcuno.
Come se ci fosse da fidarsi delle parole, che uno dice a se stesso.
Anche la teca del “conosco” e del “mi aspettavo”, vorrei rompere. E ballare sui frammenti, smadonnando alla Luna, e scrivendo con la stilografica che non hanno senso certi tentativi. Con una chiazza d’inchiostro per firma, ché deforme e casuale com’è, non avrà ambizioni di sorta.
Post vitam
E dopo i risvegli furono di nuovo assordanti, e dai vetri alla stessa ora lo stesso furgoncino con la stessa voce stonata. Le sveglie perfette, e gli acari parlavano piano tra loro, per non disturbare. E i loro partiti presero a dimettere senza pensarci troppo su quelli che osavano scalare le briciole di pane.
E le serrature persero la loro verginità nel giro di chiavi nere, nel giro di pochi minuti, nel giro di vite della modernità.
Anche i camini annerirono il fumo, l’unico ormai disponibile.
E la tv trasmetteva documentari su una specie che si chiamava umana.
Ho le mani bianche dicevamo
Se potessero non striscerebbero, ricambiando, sulle vostre labbra
Il pallore dubbioso e deciso sulle linee del mio palmo
Ma stringerebbero, annichilerebbero le vostre categorie, così pulite nel reparto "studiare per martedì"
L’anulare, delicato e tremante memoria.
La malinconia di Nerone, e i secoli di cristianesimo da quattro soldi, abortito, tra il nervo Vago e le tue cosce, e le gocce della solita rugiada del solito albero della solita ora
Potessero scambierebbero la loro dolcezza con le sfumature della vostre labbra
Che il rossetto non risana, per fortuna.
“Fuoco su di te” (Marlene Kuntz)
“…Sarebbe bello vedere i tuoi contorni svanire
sul rogo delle mie brame
Sarebbe bello godere di questo rito incivile
con tanta gioia sacrale
Noi stiamo per generare l'idea di vomitare
sui vostri piatti migliori
e stiamo per eliminare chi non si sporca le mani
e dentro a Cuneo muore”
Vorrei esprimere tutta la mia solidarietà al giornalista iracheno che ieri ha lanciato le sue scarpe contro G. W. Bush, chiamandolo "cane".
Così si fa.
Non siamo esseri strani, rincoglioniti, con cinque occhi e nessun cervello. Non siamo una massa informe che ha come scopo di vita quello di disturbare il sonno dei pensionati di Bologna o Torino. Ogni gesto ha un suo motivo, ogni stato d’animo una sua madre, puttana o santa, che lo partorisce.
Siamo allo sfascio, almeno secondo i criteri più comuni, e non dico che siano i soli possibili, o i più giusti.
Con la mafia al governo, con i dogmi che si sgretolano, con Ratzinger che ne reincolla i pezzi e finge una serenità che non può avere, con il caloroso consiglio che in molti casi diventa obbligo di non dire di esser laureati perché è più facile trovare lavoro.
E il precariato che si allarga a comprendere persino la consistenza dei pensieri sul far del mattino, e la meritocrazia buona solo per sillabare una parola a sei sillabe, ormai.
E allora non vedeteci come alieni, e se qualcuno vomita ubriaco appoggiato ad un lampione guasto non vi stupisca come fosse un trattore parlante. E se ci isoliamo alle 6 di mattina con le cuffie negli orecchi, probabilmente abbiamo motivi, per farlo. Validi, non validi, discutibili, confutabili, ma motivi.
Se rimaniamo imperturbabili sia che ci offriate un regalo sia che ci comunicate che siamo stati licenziati, e se all’improvviso le nostre sopracciglia danno segni di vita e sobbalziamo come se avessimo preso paura, stupiti da frasi di circostanza che ci escono dalla bocca senza che neanche ce ne accorgiamo, pilota automatico e via, comprendeteci, se non volete giustificarci.
Vomito appoggiato al lampione di cui sopra, sui servizi di programmi spazzatura che lucrano sulla difficoltà di intere generazioni intervistando pensionati che ci propinano i soliti leit-motiv che fanno audience e che sfamano il sempre più forte bisogno di paura.
C’è il vecchio, che si lamenta perché proprio lì, dietro l’angolo della sua strada hanno fatto casino fino alle 3 di mattina. Perché c’è dell’urina che ristagna sull’asfalto crepato, perché ci sono, dio mio, dei cocci di bottiglia.
Non vedete, non riuscite proprio a capire che è la punta di un iceberg? Mi dispiace per il sonno disturbato, ma uno sciame di esistenze impazzite in cerca di un brandello di cielo, fisso e celeste, cui aggrapparsi, e la loro precarietà esistenziale sono un po’ più importanti del vostro sonno.
Non siamo alieni, siamo solo il frutto schizoide di un sistema putrefatto a livello nazionale.
Tutto si sta sgretolando, in ambito mondiale. Nietzsche non è passato invano.
Con la presunzione di non parlare solo per me.
Gracchiare nel vento
Mi infastidisce che tu stia bene, sai?
Non sono l’avvoltoio che si appollaia sul tuo letto speranzoso di assistere alla trasformazione sempre sorprendente da corpo vivente a carcassa.
Mi disgusta anche l’odore delle medicine, figurati, e poi non distinguo bene gli odori, ogni cosa ha un retrogusto di foglie marce e di sangue troppo rosso.
E però ti volteggio attorno, e se tu almeno mi puntassi contro un fucile. Mi punti contro ogni altra cosa, però.
Le tue lacrime così salate hanno corroso il mio piumaggio, e i sorrisi che imponevano smorfie coatte del mio becco hanno ancora da scontare millenarie colpe per l’artrite seguita a quelle scenette patetiche. Millenarie, per avermi reso impossibile cantare.
Gracchierei se potessi contro la serenità adamantina dei tuoi ormoni, la stabilità neuronale di pensieri sedimentati passivamente nella tua testa, staticizzante contenitore di leggi corrette e levigate vecchie secoli.
Tu canteresti, se potessi. E a volte lo fai, nonostante tu non possa slegarti da quella forma umanoide che ha inventato il pensiero per pensare di riuscire a volare. Volare come me, e io lo faccio spontaneamente.
Io gracchierei, e le mie dissonanze nelle folate di vento oscurerebbero i tuoi canti soavi.
Bacerei le tue palpebre, senza farti male, se tu mi promettessi di non piangere, di non piangere le stesse lacrime alcaline e gratuite, fatali per il mio rostro aquilino.
Intanto spero in un fucile puntato alle mie spalle, mentre fisso il tramonto da un ramo in precario equilibrio. Voglio sentire il vento della pallottola che mi sfiora le penne e centra il sole rosso fuoco.
Far fuori il tramonto è una delle vostre massime ambizioni.