Breaking Glass
Fanculo a Platone, a Hegel, a Leopardi, a Manzoni.
A Bergman e a Fellini, fanculo.
Vorrei rompere le teche del Louvre. E La Notte Stellata usarla per schiacciarci una mosca, una sola, per poi riporla. Insieme alla mosca morta.
Ballare una sfrenata taranta sulla Nona di Beethoven. E dovrebbero esserci promiscue penetrazioni sulle note della Saga della Primavera.
E i particolari. Mangiare alle cinque in un vaso da notte, scrivere con un pennello con peli di gatto suonare un flauto dolce elettrificato col naso.
Dovrebbe esserci un modo di dire che significa “ti ho recepito, per quel po’ che puoi, per quel po’ che posso”. Un “ti conosco” gronda presunzione e ambizione oltre ogni dire.
Come se uno potesse essere quel che dice, o quel scrive, o quel che è.
Come se fosse possibile, conoscere qualcuno.
Come se ci fosse da fidarsi delle parole, che uno dice a se stesso.
Anche la teca del “conosco” e del “mi aspettavo”, vorrei rompere. E ballare sui frammenti, smadonnando alla Luna, e scrivendo con la stilografica che non hanno senso certi tentativi. Con una chiazza d’inchiostro per firma, ché deforme e casuale com’è, non avrà ambizioni di sorta.